Intervista a Paolo Badoer

Paolo BadoerAlla guida dell’Istituto Medico Quadronno c’è Paolo Badoer, milanese di origini veneziane, un imprenditore con diverse attività nel campo sanitario, che però girano tutte intorno a un concetto, quasi un chiodo fisso: la qualità. Oltre che del “Quadronno” si occupa anche di un’altra importante struttura milanese, molto innovativa: Kiba odontoiatrica, che offre un servizio innovativo con costi abbattuti fino al 50%, mantenendo un altissimo standard di qualità; inoltre è presidente della Skill, azienda che eroga consulenze in tema di qualità sanitaria, e tesoriere dell’Associazione Italiana Privata di Day Surgery. Il suo asso nella manica? Quello di non essere medico, dice lui, come accade invece alla maggior parte degli imprenditori e dei manager che operano in questo settore. Perché da “non medico”, gli è molto più facile capire quali sono i problemi dei pazienti, e così organizzare le sue strutture in modo che ne soddisfino le vere esigenze. D’altra parte, tutta la sua storia professionale e imprenditoriale è cominciata proprio perché un bel giorno di vent’anni fa si ritrovò, da paziente, profondamente scontento…

E’ vero che lei all’inizio degli anni Ottanta era calvo?

Verissimo, anche se adesso non lo sono più. Allora avevo poco più di trent’anni, e mi capitò, come succede a parecchi uomini, di perdere rapidamente i capelli a causa di un’alopecia androgenetica un po’ prematura. A quell’età mi dava molto fastidio restare calvo, per cui mi rivolsi a diversi specialisti chiedendo sempre la stessa cosa: una cura seria ed efficace per risolvere la situazione. La cosa comica è che diversi di loro erano calvi. A farla breve, tutte le risposte che ebbi furono più o meno deludenti: alcuni mi parlavano di medicinali esotici, altri mi proponevano interventi chirurgici non solo eccessivi – a mio parere – ma che alla fine mi avrebbero fatto assomigliare a Frankestein. E capìi perché erano calvi: perché non sapevano o non potevano curare il problema.

Deprimente…

Sì. Mi resi conto che qui nessuno mi avrebbe risolto nulla. Ma non mi scoraggiai: di divi di Hollywood col parrucchino non ce n’erano, e dunque, da qualche parte nel mondo forse la soluzione esisteva. Mi misi a cercare personalmente e alla fine trovai qualcosa. In Giappone c’era una soluzione che pareva soddisfacente. Si trattava dei capelli di sintesi, inventati da un medico e ricercatore di nome Shiro Yamada. Allora non erano perfetti come lo sono oggi ma in base alla documentazione che ne ebbi, mi sembrarono una cosa seria: non traumatici, innocui, facili da impiantare e dall’aspetto naturale. Andai in Giappone, mi sottoposi all’impianto e risolsi il problema. Solo che a quel punto mi dissi: ma in Italia, quante persone ci sono che perdono o hanno perduto i capelli e non sanno a che santo votarsi, visto che i medici non li aiutano?

E pensò di aiutarli lei.

Esatto. Mi buttai in un’impresa che mi sembrava rispondere a un grosso bisogno del pubblico, fino ad allora inascoltato. Organizzai un centro medico, attrezzandolo come se avessi dovuto fare alta chirurgia, perché volevo il massimo della sicurezza, poi trovai dei medici interessati a questa tecnica e li feci istruire dai giapponesi. Il centro partì ed ebbe successo, perché i risultati c’erano. I primi a venire, che poi restarono negli anni, erano personaggi dello spettacolo, attori, cantanti, anche qualche calciatore. Non posso dire i nomi e tutto questo mi spinse a fare di più.

E cioè?

Avevo cominciato offendo quanto c’era di meglio al mondo per risolvere un certo problema. Ma non potevo fermarmi lì: per continuare a dare sempre il meglio e soddisfare i pazienti io dovevo continuamente aggiornarmi e tenermi informato non solo sui progressi di questa tecnica, ma anche su quelle nuove, magari migliori o alternative, che fossero nate in seguito. E inoltre mi resi conto di un’altra cosa ancora: la gente, nel senso dei pazienti, si trovava in difficoltà non solo per farsi curare la calvizie, ma anche la maggior parte di quei difetti che andrebbero corretti dalla medicina o dalla chirurgia estetica. Entrando in questo campo mi accorsi che a costoro – sia donne che uomini – non sempre venivano offerte soluzioni davvero all’altezza delle aspettative e della qualità richiesta. Ma l’esperienza mi insegnava che sicuramente c’erano nuove cure, nuove tecniche, da scovare in giro per il mondo. E allora poco alla volta prese forma il mio vero lavoro, che ormai faccio da anni.

Il suo lavoro non era a questo punto quello di condurre un centro medico?

Solo in parte: per la conduzione giornaliera potevo essere sostituito, bastava controllare che tutto filasse liscio. No, la mia attività veramente importante divenne quella di cercare novità terapeutiche in tutto il mondo, formare specialisti in grado di applicarle al meglio e infine fornire loro strutture mediche nelle quali potessero lavorare nelle massime condizioni di sicurezza. Che vuol dire anche il massimo dei risultati e del comfort per i pazienti. Per fare tutto questo da allora ho una fitta rete di relazioni in tutto il mondo per sapere sempre cosa c’è di nuovo e di meglio. E investo molto – sia in tempo sia in denaro – nella ricerca e formazione dei medici, e nel continuo adeguamento delle strutture: cioè ambulatori attrezzati al meglio, sale operatorie perfette, macchinari all’avanguardia, eccetera. Vado avanti così da vent’anni: ho un’organizzazione quasi perfetta, che per restare tale ha bisogno di essere continuamente arricchita.

E quali sono i risultati di tutto questo lavoro?

Oltre a essere stati primi a portare in Italia i capelli di sintesi e a proporne via via i modelli più tecnologicamente avanzati, siamo stati sempre i primi a parlare di elettrolipolisi contro la cellulite, e poi di lipomodel, abbiamo introdotto tecniche delicatissime di liposcultura; l’autotrapianto di capelli ad alta densità Quadronno Method, e altre cose ancora. E per il futuro abbiamo in cantiere cose da fantascienza senza mai perder di vista il paziente.

Cosa vuole dire?

Tutto ciò l’ho fatto perché ero un paziente insoddisfatto. E’ questa la molla che mi ha fatto avere successo restando sempre dalla parte di tutti coloro che hanno un problema da risolvere e non trovano risposte adeguate. Se fossi stato un medico sarei forse stato istintivamente più interessato dagli aspetti tecnici delle cose, ai progressi rispetto alla cura esistente, più che al risultato “assoluto”, quello che realmente interessa alla gente. Invece, vedendo le cose da ex, e qualche volta non tanto ex, paziente, riesco a organizzare le cose per loro. Faccio da tramite tra i pazienti, con i loro problemi e bisogni, e la scienza medica che proprio perché avanzata rischia a volte i essere un po’ fredda e distante dalle persone. Per essere chiari: se una certa tecnica è sì un miglioramento o un’idea geniale ma dà risultati che non risolvono veramente il problema, non la propongo neanche perché so che deluderebbe la gente. Forse se fossi medico me ne farei interessare, affascinare, e senza volerlo finirei per proporre ai pazienti qualcosa di inferiore alle loro aspettative. Per cui non devo distaccarmi da questa mia visuale ed è necessario che mantenga un rapporto quasi quotidiano con i pazienti, per capire l’evoluzione dei loro problemi e delle loro aspettative.

E come lo fa?

Parlando loro tutte le volte che posso. Magari in sala d’aspetto, qui all’Istituto Medico Quadronno, o fra una visita e l’altra. Magari anche senza dir loro chi sono. Dalle loro osservazioni, dai loro sfoghi capisco tante cose e ricavo indicazioni utili per migliorare. E’ un monitoraggio continuo che costituisce un aspetto molto importante del mio lavoro.

Torniamo a lei. Lei oltre a condurre Centri medici secondo l’impostazione che mi ha descritto, ha anche attività nel campo sanitario

Sì. Poiché in definitiva quella che andavo cercando di realizzare nei miei centri era la massima qualità dei servizi medici, la massima soddisfazione dei pazienti, da qualche anno ho aperto una società che si occupa proprio di consulenza in tema di qualità sanitaria. Questa azienda si chiama Skill e in poche parole fa questo: aiuta le aziende a mettersi in regola per ottenere la certificazione di qualità secondo gli standard internazionali ISO 9000 e rilasciata dagli organismi ufficiali a ciò preposti. Ma attenzione, le aziende che si fanno aiutare dalla Skill a mettersi in condizioni per superare l’esame ci sono anche Ospedali pubblici, strutture sanitarie private, società mediche . Insomma, credo di qualità a questo punto me ne intendo abbastanza per far funzionare le cose come si deve anche in casa mia. Ma anche prima di aprire la Skill avevo cominciato a interessarmi di questioni simili.

In che modo?

Nei primi anni Novanta si formò in Italia l’ Associazione Italiana di Day Surgery, cui io aderìi immediatamente. Era costituita da strutture sanitarie private come le mie ma anche molto più grandi, che si proponevano di svolgere al livello di sicurezza più alto possibile la cosiddetta “chirurgia di giorno”, quella in cui la persona viene operata e poi può tornare a casa propria la sera stessa. Può trattarsi di chirurgia estetica, ma anche di altri tipi: l’importante è che consenta la dimissione in giornata. Queste strutture, in mancanza di leggi adeguate, decisero di darsi delle regole di qualità con standard addirittura superiori a quelli ospedalieri: le ricordo che allora negli ospedali la “day surgery” non si faceva ancora. Quel codice di autoregolamentazione che ci eravamo dati ispirò le leggi poi promulgate in materia. Ma ancora oggi gli standard dell’Associazione sono superiori a quelli di legge. Oggi le strutture aderenti a questa associazione, di cui attualmente sono Tesoriere, sono diventate 50, e sono tuttora quelle in quelle in cui si hanno i migliori standard di qualità e sicurezza possibili.

Ha centri medici con la missione di essere all’avanguardia, si occupa di consulenze in materia di qualità, segue un’associazione… ma che tipo di imprenditore si ritiene?

Uno che cerca di fare le cose bene. E che pensa si possa fare sempre qualcosa di meglio. Tutto lì.